La Giornata Mondiale della Disabilità, che si celebra ogni anno il 3 Dicembre, offre un’occasione fondamentale per fermarsi a riflettere su un tema spesso trascurato: l’accesso alla cura. In odontoiatria questo aspetto è ancora più delicato, perché la salute orale è parte integrante della salute generale ma viene talvolta percepita come secondaria. Parlarne significa riconoscere che le persone con disabilità hanno diritto alle stesse opportunità di prevenzione, diagnosi e trattamento di chiunque altro.
È anche un modo per ricordare che la salute della bocca incide sulla qualità di vita, sulla nutrizione, sulla comunicazione, sull’autostima e sul benessere complessivo. Rendere visibili questi aspetti aiuta a costruire un sistema di cura più equo. Ne abbiamo parlato con il dottor Massimiliano Rea odontoiatra presso Poliambulatorio ErreEsse di Ferrara
Quali sono oggi le principali sfide che le persone con disabilità incontrano nell’accesso alle cure?
Le difficoltà possono riguardano l’aspetto organizzativo, clinico e sociale. Sul piano organizzativo, alcune strutture che hanno una autorizzazione sanitaria in deroga rispetto alla riforma del 1997 sugli accessi ai pazienti con disabilità, non dispongono di spazi adeguati, percorsi senza barriere o attrezzature che facilitino la seduta odontoiatrica di persone con mobilità ridotta. Gli studi autorizzati prima di questa data possono mantenere la loro conformazione originaria, purché in regola con la normativa di riferimento dell’epoca, ma non sempre dispongono degli spazi o degli accessi oggi considerati standard. Anche i tempi di una visita possono rappresentare una sfida: alcune persone necessitano di più tempo, più pause o modalità comunicative differenti, e non tutti gli studi riescono a integrare queste esigenze nella routine quotidiana. Dal punto di vista clinico, alcune patologie rendono complesso mantenere l’apertura della bocca, controllare i movimenti o tollerare procedure invasive. Questo richiede un approccio calibrato, strumenti adatti e personale preparato. Sul piano sociale, alcune famiglie, rispetto ad un proprio caro con disabilità, si approcciano alle cure odontoiatriche in maniera approssimativa, talvolta perché hanno sperimentato difficoltà pregresse, oppure perchè mettono in secondo piano questo aspetto della salute o anche solo perché temono costi elevati.

Quanto è diffusa la consapevolezza che la salute orale sia parte integrante della salute generale, soprattutto nel mondo della disabilità?
Negli ultimi anni la sensibilità è aumentata, grazie al lavoro di associazioni, caregiver e operatori sanitari. Tuttavia la consapevolezza non è ancora uniforme.
Molte persone comprendono che la salute orale ha conseguenze dirette su alimentazione, linguaggio, sonno e infezioni, ma non sempre percepiscono quanto sia importante iniziare presto con la prevenzione.
Nel mondo della disabilità, inoltre, la salute orale può sembrare un dettaglio secondario rispetto ad altre priorità mediche o assistenziali. Per questo informazione e supporto sono fondamentali: aiutano le famiglie a comprendere che la bocca è parte del corpo e che prendersene cura significa migliorare la qualità di vita complessiva.
In che modo determinate disabilità possono influenzare la salute orale o aumentare il rischio di problemi odontoiatrici?
Le disabilità non sono tutte uguali e ognuna può avere ricadute differenti sulla salute della bocca.
- Disabilità motorie: possono rendere più difficile spazzolare i denti o raggiungere alcune aree della bocca, favorendo l’accumulo di placca e carie.
Disabilità cognitive: possono interferire con la capacità di comprendere le istruzioni o collaborare durante la visita, con conseguente ritardo delle diagnosi.
Disturbi dello spettro autistico: la sensibilità aumentata ai suoni, agli odori o al contatto può rendere stressante la seduta odontoiatrica, portando a evitare la cura fino all’insorgenza di sintomi importanti.
Patologie neuromuscolari: possono ridurre la forza e la coordinazione necessarie per una corretta igiene domiciliare.
Terapie farmacologiche croniche: alcuni farmaci utilizzati in neurologia o psichiatria possono causare secchezza delle fauci (xerostomia), alterazioni gengivali, aumento del rischio di carie.
Il risultato è un rischio più elevato di carie, gengiviti, malattia parodontale, lesioni traumatiche legate al bruxismo o difficoltà masticatorie.

Ci sono condizioni o comportamenti specifici che rendono più complessa la gestione quotidiana dell’igiene orale per alcune persone con disabilità?
Sì. Alcune condizioni rendono la routine quotidiana più articolata.
Ad esempio:
- la difficoltà nel coordinare i movimenti può rendere complicato impugnare lo spazzolino o raggiungere alcune superfici dentarie;
la scarsa collaborazione, dovuta a dolore, paura o deficit cognitivi, può ridurre il tempo dedicato alla pulizia;
la sensibilità orale aumentata può rendere fastidiosi spazzolini, paste dentifricie o irrigatori;
il bruxismo, frequente in alcune condizioni neurologiche, può determinare un’usura precoce dei denti;
la respirazione orale può favorire secchezza della mucosa e infiammazione cronica.
Per tutte queste situazioni è fondamentale personalizzare l’igiene: scegliere spazzolini elettrici con testina piccola, strumenti con impugnatura ingrandita, dentifrici ben tollerati, tecniche semplificate o sistemi di supporto per il caregiver.
Qual è il ruolo dei caregiver e quanto è essenziale il loro coinvolgimento nella prevenzione e nella cura?
Il ruolo dei caregiver — familiari o professionali — è centrale. In molti casi sono loro a rendere possibile la prevenzione, perché aiutano nella pulizia quotidiana, controllano la presenza di eventuali lesioni e organizzano gli appuntamenti.
Il caregiver è anche un ponte comunicativo: conosce la persona, sa quali stimoli possono generare ansia, quali procedure risultano più tollerabili e quali strategie motivazionali funzionano meglio.
Per questo è importante interfacciarsi costantemente con i caregiver e concordare insieme al dentista un piano realistico. Senza una collaborazione stabile, la terapia e/o la prevenzione rischiano di diventare frammentate e poco efficaci.

(Dott. Massimiliano Rea)
Quali sono le barriere più comuni (fisiche, economiche, culturali) che ostacolano un corretto accesso alle cure odontoiatriche?
Le barriere possono essere molteplici.
Fisiche: studi non accessibili come nel caso delle strutture autorizzate prima del 1997, o sedie odontoiatriche difficili da utilizzare per chi ha limitazioni motorie.
Economiche: molte famiglie devono affrontare numerose spese mediche e assistenziali; questo può portare a rimandare le cure odontoiatriche o limitarsi alle emergenze.
Culturali: la convinzione che la cura della bocca sia “meno prioritaria”, la paura del dentista o esperienze negative vissute in passato.
Organizzative: tempi lunghi, difficoltà a trovare professionisti che offrano visite più lente o sedute calibrate sulle esigenze specifiche.
Superare queste barriere è uno dei compiti più importanti della medicina moderna.
Come possono gli studi dentistici diventare più inclusivi e accoglienti verso le persone con disabilità?
L’inclusività non riguarda solo l’accesso fisico, ma anche l’atteggiamento e l’organizzazione.
Fatto salvo che dal 1997 in poi tutte le strutture odontoiatriche devono essere accessibili uno studio può diventare più accogliente attraverso tempi più elastici, utili per evitare sovraccarichi sensoriali o per consentire pause durante la visita; attraverso una comunicazione personalizzata, chiara e rassicurante; mediante la formazione del personale, per comprendere come rapportarsi con persone che hanno bisogni specifici; ed infine con strumenti adeguati, come sedie che consentano trasferimenti sicuri o supporti per mantenere la bocca aperta. Essere inclusivi significa anche ascoltare: chiedere alla persona o al caregiver quali accorgimenti possono facilitare la visita e integrare queste informazioni nel piano di cura.

Esistono protocolli o strumenti che facilitano la prestazione delle cure odontoiatriche per pazienti con bisogni speciali?
Sì, negli ultimi anni la gestione odontoiatrica dei pazienti con bisogni speciali si è arricchita di protocolli e strumenti utili.
Si rivelano ad esempio particolarmente utili in caso di disturbi dello spettro autistico tecniche di desensibilizzazione graduale. Ci sono poi ausili per la stabilizzazione della posizione o per mantenere la bocca aperta in modo sicuro e non traumatico. A volte è possibile usare strumenti rotanti a rumorosità ridotta, utili per le persone con ipersensibilità uditiva. Negli studi e negli ambulatori odontoiatrici sono oramai diuffusi gli scanner intraorali che possono talora permettere di limitare le manovre invasive durante la diagnosi. Infine, quando necessario, esistono percorsi condivisi con anestesisti o strutture ospedaliere per gestire sedazione o interventi complessi. Insomma, non è un’unica soluzione a fare la differenza, ma un insieme di procedure personalizzate.
Ritiene che gli operatori sanitari siano sufficientemente formati per assistere persone con disabilità? Quali migliorie suggerirebbe?
La formazione dei professionisti sta migliorando, ma c’è ancora spazio di crescita. Oggi molti operatori hanno sensibilità e competenza, ma non sempre esiste un percorso strutturato dedicato alla gestione delle persone con disabilità.
Sarebbe utile inserire nei corsi di laurea moduli specifici su approccio, comunicazione e tecniche adattate od anche promuovere corsi di aggiornamento che includano esercitazioni pratiche. Va sicuramente migliorato ed intensificato il lavoro in équipe con i medici di base e gli specialisti. Potrebbe essere utile infine sviluppare linee guida condivise per gestire le situazioni più complesse: una maggiore formazione significa maggior sicurezza per i professionisti e miglior qualità di vita per i pazienti.
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