In Piazzetta San Martino Stefano Bergonzini ha presentato il suo libro davanti a un pubblico attento e in larga parte adulto. Con Carla Aghito, l’avvocato Alessandra Selmi e la giornalista Loredana Mendicino, il dibattito si è spostato presto dal potere della comunicazione digitale alla vita reale: relazioni, controllo, reputazione, lavoro e perfino la domanda più semplice di tutte: “Ma se sono in pensione, cosa me ne faccio di un social?”

di Loredana Mendicino
RICCIONE – Una tranquilla serata di fine estate, i tavoli attorno a Piazzetta San Martino, turisti e residenti che si fermano ad ascoltare e, sul palco, un argomento che tranquillo lo è decisamente meno: quanto potere abbiamo consegnato ai social e quanto, invece, continuiamo ad attribuire loro anche quando la responsabilità appartiene alle persone?
È partita da qui, sabato sera a Riccione, la presentazione di “Potere Social”, il libro di Stefano Bergonzini dedicato ai meccanismi attraverso i quali i media digitali costruiscono reputazioni, consenso, leadership e relazioni, trasformando uno smartphone in qualcosa che ormai è molto più di un semplice mezzo di comunicazione.
A condurre l’incontro Carla Aghito, giornalista e presidente dell’Associazione per la Difesa del Mare, che ha accompagnato Bergonzini e le ospiti attraverso i diversi temi del volume; sul palco anche l’avvocato Alessandra Selmi e la giornalista Loredana Mendicino, mentre l’assenza dell’avvocato Silvia Scalettaris, inizialmente prevista, ha portato a ridistribuire parte dei temi della serata.

Bergonzini ha aperto il suo intervento ricostruendo il percorso che ha portato i social a modificare progressivamente linguaggio, consenso e rappresentazione pubblica, passando dalla storia recente della comunicazione digitale ai casi di personaggi capaci di costruire – o ricostruire – la propria immagine attraverso la rete. Il libro, del resto, parte proprio da questo presupposto: oggi il potere non è più soltanto nelle istituzioni, nel denaro o nella notorietà, ma anche nella capacità di entrare nel campo visivo degli altri, restarci e orientarne la percezione.
La parte forse più interessante della serata è arrivata però quando la teoria ha incontrato il pubblico.
Un pubblico prevalentemente adulto, meno “social” rispetto a quello che probabilmente ci si aspetterebbe per un libro dedicato proprio al digitale, che invece di limitarsi ad ascoltare ha cominciato a porre domande molto concrete. C’è chi ha manifestato apertamente la propria diffidenza verso Facebook e Instagram, chi ne ha sottolineato i rischi e chi, da pensionato, ha chiesto in sostanza: «Ma io, di un social, che cosa me ne faccio?»

Ed è probabilmente la domanda più utile che potesse arrivare.
Perché ridurre i social a uno strumento per influencer, adolescenti o professionisti sarebbe altrettanto semplicistico quanto considerarli il male assoluto. Una persona in pensione può utilizzarli per seguire cinema, teatro, medicina, cucina, associazioni, gruppi legati alle proprie passioni o semplicemente persone lontane; può informarsi, purché impari a distinguere una fonte attendibile da una sciocchezza confezionata bene. Durante il dibattito è stato portato anche un esempio familiare: una signora anziana presente tra il pubblico che utilizza Facebook e Instagram proprio per seguire gruppi dedicati ai film, anticipazioni televisive, ricette, professionisti e argomenti di suo interesse.
Il punto, dunque, non è tanto esserci o non esserci, quanto imparare ad abitare questi strumenti conservando quella facoltà antica che nessun algoritmo dovrebbe sostituire: lo spirito critico.
La discussione si è fatta ancora più concreta quando si è passati alle relazioni personali e ai rapporti tossici. L’avvocato Alessandra Selmi ha portato il confronto fuori dalle formule astratte, parlando dei segnali che possono precedere una relazione pericolosa: la gelosia trasformata in controllo, il tentativo di decidere come l’altra persona debba vestirsi, l’aggressività manifestata anche in contesti apparentemente estranei alla coppia, fino alla progressiva limitazione della libertà personale.

Selmi ha fatto riferimento anche a una propria esperienza passata di relazione tossica, offrendo al pubblico una riflessione particolarmente efficace proprio perché sottratta alla teoria: spesso i segnali esistono prima che il rapporto precipiti, ma vengono minimizzati, giustificati o scambiati per manifestazioni d’amore.
E qui il social torna in scena, ma con una responsabilità diversa da quella che talvolta gli attribuiamo.
Un post, una fotografia o una storia Instagram non trasformano una persona equilibrata in una persona violenta. Possono diventare la scintilla sulla quale si innesta una gelosia già patologica, così come la condivisione indiscriminata di password, posizione, accessi e telefoni può consegnare al partner strumenti potentissimi di controllo. Il problema, ancora una volta, non nasce necessariamente dal mezzo: nasce dal rapporto che costruiamo con il mezzo e, soprattutto, con chi ci sta dall’altra parte dello schermo.
Lo stesso vale per i più giovani. I rischi della rete esistono e ignorarli sarebbe irresponsabile, ma attribuire genericamente ai social l’aumento della violenza significa saltare un passaggio decisivo: educazione, supervisione, limiti e presenza degli adulti, soprattutto quando a utilizzare quelle piattaforme sono dei minorenni.
Anche il rapporto tra social e professione ha trovato spazio nella serata. Loredana Mendicino ha ricordato come Instagram possa essere, oltre che una vetrina, uno strumento capace di produrre opportunità molto concrete: proprio durante il periodo pandemico, attraverso il social, fu notata da un editore che le propose una collaborazione; da quell’incontro nacquero due anni di lavoro in redazione e un percorso che contribuì all’ingresso nell’Ordine dei giornalisti.
Non una carriera nata da Instagram, dunque, ma un incontro professionale reso possibile da Instagram. Una distinzione tutt’altro che secondaria: il social può aprire una porta, ma dopo occorrono competenza e lavoro per rimanere nella stanza.

Ed è proprio quando il pubblico ha cominciato a intervenire che l’incontro ha trovato la sua dimensione più viva. Domande, obiezioni, qualche posizione nettamente contraria ai social e risposte che hanno trasformato la presentazione di un libro in qualcosa di più interessante di una semplice sequenza di interventi: un confronto fra chi quel mondo lo studia e chi, magari, continua a guardarlo con sospetto.
Forse è questo il risultato più utile lasciato dalla serata di Riccione. I social non sono né innocenti né colpevoli: sono potenti. Possono creare relazioni, opportunità professionali e comunità, ma possono anche amplificare narcisismo, controllo, disinformazione e conflitto. Decidere che cosa diventino dipende ancora, almeno per il momento, da chi li utilizza.
Ed è forse questa la parte che gli algoritmi non hanno ancora risolto.
Possono suggerirci chi seguire, che cosa comprare e persino con chi uscire. Per imparare a pensare, invece, tocca ancora arrangiarci da soli.
Foto e riprese di Sonia Khandaker

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