Trombosi, la svolta del mesoglicano porta anche a Ferrara: Kontothanassis aveva intuito la strada otto anni prima

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Pubblicato su eClinicalMedicine, rivista del gruppo The Lancet, il trial italiano METRO documenta una riduzione significativa delle recidive di trombosi venosa superficiale. Tra gli autori Dimitrios Kontothanassis, chirurgo nato a Salonicco, formatosi tra Veneto ed Emilia-Romagna e ancora oggi attivo a Ferrara, dove riceve nel suo ambulatorio di via Caldirolo.

di Loredana Mendicino

Le intuizioni scientifiche più interessanti non si presentano quasi mai con il cartellino della scoperta già appuntato sul camice. All’inizio sono domande, talvolta persino scomode: nascono davanti a un paziente, si formano in sala operatoria e rimangono in attesa che qualcuno trovi il tempo, il metodo e l’ostinazione necessari per verificarle.

È accaduto anche con il mesoglicano e la prevenzione delle trombosi venose. Nel 2018 Dimitrios Kontothanassis fu il primo autore di uno studio che valutava specificamente l’impiego del farmaco dopo gli interventi sulle vene superficiali, in un ambito nel quale, come dichiaravano gli stessi ricercatori, non risultavano allora disponibili dati dedicati nella letteratura scientifica. Otto anni dopo, il suo nome compare tra gli autori del trial METRO, pubblicato su eClinicalMedicine, rivista scientifica del gruppo editoriale The Lancet.

Non si tratta di sostenere che due studi differenti siano la stessa cosa. Sarebbe una scorciatoia narrativa suggestiva, ma scientificamente scorretta. Il lavoro del 2018 riguardava la prevenzione delle complicanze dopo la chirurgia venosa superficiale; il METRO ha invece studiato pazienti che avevano già avuto una trombosi venosa superficiale ed erano stati trattati nella fase acuta.

La continuità, però, è evidente: osservare il mesoglicano non soltanto come farmaco utilizzato nella malattia venosa cronica, ma come possibile strumento di protezione nel periodo successivo a un intervento o a un evento trombotico. Kontothanassis fu il primo a tradurre quella specifica intuizione postoperatoria in uno studio clinico strutturato. La precisione, nella ricerca, non riduce i meriti: impedisce semplicemente che vengano trasformati in réclame.

Da Salonicco all’Italia, tra Padova, Verona e Ferrara

Dimitrios Kontothanassis è nato a Salonicco, in Grecia, il 18 maggio 1970. Dopo il diploma si è trasferito in Italia e ha frequentato Medicina e Chirurgia all’Università di Padova, dove si è laureato nel 1996 e ha conseguito la specializzazione in Chirurgia generale. Nel 2001 ha lavorato presso la Prima Clinica chirurgica e il Centro trapianti di fegato dell’ateneo padovano; l’anno successivo ha intrapreso la specializzazione in Chirurgia vascolare all’Università di Verona, completandola nel 2007. Nel 2012 ha poi conseguito un master di secondo livello in Economia e management dei servizi sanitari all’Università di Ferrara.

Il suo percorso racconta un legame professionale costruito lungo l’asse che unisce il Veneto all’Emilia-Romagna. Dal 2001 al 2010 ha diretto il servizio di diagnostica vascolare e svolto attività chirurgica nell’area di Adria, Taglio di Po, Porto Viro e Porto Tolle; dal 2005 al 2010 è stato direttore del servizio di Chirurgia vascolare del Ferrara Day Surgery. Ha inoltre operato come consulente presso strutture pubbliche e private accreditate in Veneto, Emilia-Romagna e Toscana.

Ferrara, dunque, non compare in questa storia per un esercizio di geografia editoriale. È uno dei luoghi nei quali la carriera del chirurgo si è sviluppata concretamente. Kontothanassis continua ancora oggi a ricevere nella città estense, nel proprio ambulatorio medico di via Caldirolo 100, oltre che nella sede padovana dell’Istituto Flebologico Italiano e a Taglio di Po, in provincia di Rovigo.

L’Istituto Flebologico Italiano e il riconoscimento in Giappone

Le fonti ufficiali dell’Istituto Flebologico Italiano indicano Kontothanassis come fondatore e presidente dell’Istituto, oltre che direttore sanitario della struttura di Padova. Il suo profilo professionale riporta inoltre che dal 2005 è fondatore e amministratore delegato della società e che dal 2018 ricopre lo stesso incarico nella struttura extraospedaliera di chirurgia con sede in via Niccolò Tommaseo 50, a Padova.

La dimensione internazionale del suo percorso era emersa già nel 1999, quando ricevette in Giappone l’Overseas Young Researcher Award durante il 101° congresso della Società giapponese di chirurgia, grazie a un lavoro dedicato alla chirurgia dell’arteria carotide interna in presenza di un’occlusione controlaterale. Nel corso degli anni ha poi affiancato all’attività clinica la partecipazione a congressi, l’insegnamento e la formazione di medici e chirurghi nel campo della diagnostica e della chirurgia vascolare.

Un curriculum, naturalmente, non dimostra l’efficacia di una terapia. In medicina i titoli possono occupare una parete intera, ma il farmaco continua a pretendere i dati. In questo caso, però, la biografia aiuta a comprendere da quale esperienza clinica sia nata una domanda destinata a riemergere molti anni dopo in uno studio nazionale.

La trombosi è superficiale soltanto nell’anatomia

La definizione “trombosi venosa superficiale” può risultare ingannevole. L’aggettivo indica la posizione della vena interessata, non la scarsa importanza della patologia, che può estendersi, ripresentarsi e associarsi a eventi tromboembolici più seri.

Il trial METRO è nato proprio per studiare che cosa accade dopo la terapia iniziale e se sia possibile ridurre il rischio di recidive nel lungo periodo. Lo studio è stato coordinato da Giuseppe Camporese, della UOC Clinica Medica 1 a indirizzo trombotico-emorragico dell’Azienda Ospedale-Università di Padova, e da Paolo Simioni, direttore della stessa unità operativa. La ricerca ha coinvolto sedici centri italiani e 553 pazienti con una recente diagnosi di trombosi venosa superficiale.

Giuseppe Camporese e Paolo Simioni, autori dello studio sul mesoglicano
Gli autori Giuseppe Camporese e Paolo Simioni

Dopo 45 giorni di trattamento con fondaparinux, utilizzato nella fase acuta, i pazienti sono stati assegnati casualmente a due gruppi: il primo ha ricevuto mesoglicano, 50 milligrammi due volte al giorno per dodici mesi; il secondo un placebo. Alla conclusione della terapia è seguito un ulteriore anno di osservazione, per una durata complessiva dello studio pari a ventiquattro mesi.

Nel gruppo placebo, il tasso di recidiva degli eventi tromboembolici venosi a due anni ha raggiunto il 39 per cento. Nel gruppo trattato con mesoglicano è stata invece rilevata una riduzione statisticamente significativa degli eventi di circa il 30 per cento, dovuta soprattutto alla diminuzione delle recidive di trombosi venosa superficiale.

Dietro le percentuali si nasconde il dato che interessa maggiormente i pazienti: il rischio può rimanere presente ben oltre la conclusione della terapia acuta. La trombosi, in sostanza, può uscire dalla conversazione prima di essere realmente uscita dalla circolazione.

L’intuizione del 2018

Lo studio pubblicato nel dicembre 2018 portava la firma di Dimitrios Kontothanassis, Daniele Bissacco, Sara Oberto, Patrizia De Zolt, Giuseppe Camporese e Cristiano Bortoluzzi. Coinvolse 361 pazienti e 363 vene trattate dopo differenti procedure sul sistema venoso superficiale. Dopo una profilassi iniziale con eparina a basso peso molecolare, i pazienti assunsero mesoglicano per due mesi.

La ricerca non disponeva di un gruppo di controllo e gli stessi autori indicarono apertamente questo limite. Non poteva quindi provare in modo definitivo che l’assenza di nuovi casi di trombosi osservata dopo due mesi dipendesse dal mesoglicano. Stabiliva, tuttavia, un precedente: affrontava per la prima volta in uno studio specifico l’impiego postoperatorio del farmaco per prevenire trombosi venose superficiali e profonde dopo la chirurgia delle vene superficiali.

Il METRO ha una struttura molto più solida — multicentrica, randomizzata, in doppio cieco e controllata con placebo — e riguarda una situazione clinica diversa. Ma quella prima domanda non è scomparsa: è cresciuta, si è modificata e ha incontrato strumenti metodologici capaci di produrre evidenze più robuste.

Che cosa cambia per i pazienti

I risultati aprono una prospettiva rilevante per la prevenzione secondaria della trombosi venosa superficiale. Secondo Camporese e Simioni, il mesoglicano potrebbe non limitarsi all’effetto antitrombotico, ma favorire nel tempo un recupero funzionale della parete venosa danneggiata, con benefici che sembrano persistere anche dopo la sospensione del trattamento. I ricercatori ritengono che lo studio possa offrire elementi utili per futuri aggiornamenti delle linee guida internazionali.

Questo non significa, naturalmente, che il farmaco debba essere assunto autonomamente. La prescrizione deve rimanere affidata al medico, che valuterà storia clinica, fattori di rischio, patologie concomitanti e altre terapie in corso. Uno studio può indicare una strada; non consegna la stessa mappa a tutti i pazienti.

La scienza, del resto, possiede una virtù ormai piuttosto rara: sa aspettare senza confondere la prudenza con l’immobilità. Otto anni non sono il tempo impiegato da un’intuizione per invecchiare, ma quello necessario perché impari a sostenere il peso delle prove.

In fondo, anche le idee hanno bisogno di una buona circolazione. La differenza è che, quando incontrano un ostacolo, i ricercatori devono rimuoverlo; i coaguli, invece, non dovrebbero neppure avere il tempo di presentare ricorso.


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