Il 14 e 15 settembre al Bologna Congress Center torna l’appuntamento di Confindustria Emilia Area Centro. Tra networking, lavoro, logistica e innovazione, Skybackbone Engenio porta un focus su una questione sempre meno tecnica e sempre più strategica: che cosa accade alle informazioni aziendali quando vengono affidate all’intelligenza artificiale?
di Loredana Mendicino
BOLOGNA – Un contratto da riassumere. Una relazione da correggere. Un progetto da analizzare. Una presentazione da preparare.
Bastano pochi secondi perché un documento aziendale attraversi il confine tra una scrivania e una piattaforma di intelligenza artificiale.
Il vantaggio è evidente: meno tempo, più velocità, operazioni che fino a ieri richiedevano ore risolte quasi istantaneamente.
Meno evidente è ciò che accade dopo.
Dove va a finire quel dato?
È una delle domande che accompagneranno FARETE 2026, la manifestazione promossa da Confindustria Emilia Area Centro, in programma il 14 e 15 settembre al Bologna Congress Center. Giunta alla tredicesima edizione, quest’anno ha scelto come filo conduttore “Il coraggio di trasformarsi”: due giornate dedicate alla cultura d’impresa, alle relazioni B2B e al confronto tra aziende, professionisti e competenze diverse.
FARETE, molto più di una fiera tecnologica
Il programma restituisce un perimetro decisamente più ampio della sola trasformazione digitale.
A Bologna si parlerà di mobilità sostenibile e collaborazione tra pubblico e privato, recruiting internazionale e ricerca delle competenze, employer branding e rapporti tra generazioni, logistica avanzata, organizzazione e competitività. E naturalmente di intelligenza artificiale.
È proprio dentro questo mosaico che Skybackbone Engenio porta un tema destinato a diventare sempre meno specialistico: come utilizzare l’AI senza perdere il controllo delle informazioni che costituiscono il patrimonio di un’impresa.
Perché l’intelligenza artificiale è già entrata negli uffici prima ancora che molte aziende abbiano stabilito regole precise sul suo utilizzo.
Si analizzano documenti, si sintetizzano testi, si elaborano informazioni e si automatizzano operazioni attraverso strumenti che spesso vengono adottati direttamente dalle persone.
Il fenomeno ha già un nome: Shadow AI, l’utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale al di fuori della governance aziendale. Ed è proprio su questo terreno che si apre la questione più delicata: sapere quali strumenti vengono utilizzati, da chi e soprattutto quali informazioni vengono condivise.
Il rischio non arriva sempre da fuori
Per anni la sicurezza informatica è stata raccontata attraverso un’immagine relativamente semplice: qualcuno tenta di entrare in un sistema che l’azienda deve difendere.
Con l’intelligenza artificiale la prospettiva cambia.
Il rischio può nascere anche dall’interno e senza alcuna intenzione malevola.
È sufficiente inserire in una piattaforma un contratto, un progetto, una strategia commerciale, dati su un cliente o informazioni tecniche riservate senza conoscere esattamente il percorso che quelle informazioni compiranno dopo l’invio.
A quel punto la cybersecurity smette di essere soltanto una questione di firewall e software.
Diventa comportamento, organizzazione e consapevolezza.
Skybackbone Engenio e la sovranità del dato
Skybackbone Engenio opera nei settori cloud, cybersecurity e gestione delle infrastrutture IT e considera la sicurezza una componente strutturale del sistema informativo, non un livello da aggiungere successivamente.
A FARETE l’azienda dedica a questi temi il workshop “Come proteggere i dati aziendali nell’era dell’Intelligenza Artificiale”, in programma martedì 15 settembre. L’obiettivo dichiarato è affrontare il rapporto tra innovazione, sicurezza, know-how e controllo del patrimonio informativo.
Tra le figure chiamate ad affrontare il tema ci sono Luca Bulgarelli, Sales Director di Skybackbone Engenio, e Beatrice Nale, con un confronto che sposta il problema dalla teoria alla gestione quotidiana dell’impresa.


La domanda, in fondo, è semplice: si può diventare più veloci senza diventare anche più vulnerabili?
Dal dato alla responsabilità
Nel confronto trova spazio anche Stefano Bergonzini, giornalista e massmediologo, chiamato a riportare il tema tecnologico sul terreno della comunicazione e della responsabilità umana.

Il collegamento non è poi così distante.
I social network ci hanno abituati a domandarci chi possiede le informazioni che condividiamo, chi utilizza i nostri dati e quanto controllo manteniamo sulla nostra identità digitale.
Con l’intelligenza artificiale la stessa domanda entra nelle aziende.
Solo che dentro un prompt, questa volta, possono finire non soltanto fotografie e opinioni personali, ma strategie industriali, clienti, processi, disegni tecnici, know-how e informazioni che determinano il vantaggio competitivo di un’impresa.
E in una regione come l’Emilia-Romagna, dove manifattura, progettazione e competenze specialistiche rappresentano una parte rilevante del tessuto produttivo, il tema diventa tutt’altro che astratto.
La vera domanda non è più se useremo l’AI
Quella scelta, in molti casi, è già stata fatta.
La questione è capire se le imprese riusciranno a costruire abbastanza velocemente regole, competenze e infrastrutture capaci di governare strumenti che evolvono molto più rapidamente delle procedure con cui siamo abituati a controllarli.
L’intelligenza artificiale promette produttività, velocità e nuove opportunità.
Ma comodità e controllo non sono necessariamente la stessa cosa.
Ed è forse proprio qui che “Il coraggio di trasformarsi” acquista un significato meno rassicurante e più concreto: innovare non significa soltanto adottare ciò che è nuovo.
Significa anche sapere che cosa stiamo consegnando mentre lo utilizziamo.
Perché forse il dato più importante da proteggere è proprio quello che non sappiamo più dove finisce.
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