“Potere Social”, quando un hashtag vale più di un comizio: Stefano Bergonzini porta a Riccione il lato seducente – e pericoloso – della comunicazione

di Loredana Mendicino

Sabato 5 settembre alle 21.30, in Piazzetta San Martino, il massmediologo e giornalista presenta il suo libro in un talk show con Carla Aghito, Alessandra Selmi, Loredana Mendicino e Silvia Scalettaris. Dal caso Meloni-Modi a Chiara Ferragni, passando per Brexit e MAGA: chi esercita davvero il potere nell’era dell’algoritmo?

Locandina del talk show “Potere Social” con Stefano Bergonzini, Carla Aghito, Alessandra Selmi, Loredana Mendicino e Silvia Scalettaris, il 5 settembre a Riccione.
Sabato 5 settembre alle 21.30, in Piazzetta San Martino a Riccione, Stefano Bergonzini presenta Potere Social in un talk show con Carla Aghito, Alessandra Selmi, Loredana Mendicino e Silvia Scalettaris.

C’era un tempo in cui per conquistare il potere servivano un partito, una piazza, qualche manifesto elettorale e possibilmente una discreta capacità oratoria, oggi può bastare anche un hashtag, naturalmente non uno qualunque, perché nell’epoca in cui la politica, il consenso e perfino la reputazione personale viaggiano alla velocità di uno smartphone, poche parole ben scelte possono contribuire a costruire un’identità, orientare una percezione e, talvolta, spostare interi pezzi di opinione pubblica.

È intorno a questa trasformazione che ruota “Potere Social. Come i media digitali costruiscono i leader. E come usarli per avere successo”, il libro di Stefano Bergonzini, giornalista e massmediologo, edito da Pendragon, che sabato 5 settembre alle 21.30, in Piazzetta San Martino a Riccione, sarà al centro di un talk show dedicato alle molte forme – politiche, economiche, sentimentali e perfino psicologiche – attraverso cui la comunicazione digitale è entrata nelle nostre vite, modificando non soltanto il modo in cui raccontiamo noi stessi, ma anche quello in cui riconosciamo l’autorevolezza, costruiamo il consenso e decidiamo a chi concedere attenzione.

Il titolo potrebbe far pensare all’ennesimo manuale per conquistare follower, ma sarebbe una lettura decisamente riduttiva, perché Bergonzini parte dai social per parlare in realtà di qualcosa di molto più antico: il potere, chi lo possiede, chi riesce a costruirlo, chi lo perde e, soprattutto, quanto siamo consapevoli del modo in cui viene esercitato mentre scorriamo distrattamente lo schermo di uno smartphone, magari convinti di essere noi a scegliere ciò che stiamo guardando.

Nel libro convivono politica, costume, comunicazione, economia, relazioni, leadership femminile, reputazione digitale, influencer, giornalismo e intelligenza artificiale; ci sono Giorgia Meloni e Chiara Ferragni, osservate come due casi assai diversi di costruzione della visibilità, c’è Sanna Marin, con il cortocircuito fra vita privata e ruolo pubblico, c’è il caso Giambuno, ci sono i meccanismi della comunicazione politica, le campagne social, le dinamiche di coppia, il potere delle immagini e persino il modo in cui un selfie può smettere di essere un innocuo autoritratto per diventare linguaggio, reputazione o incidente diplomatico.

Bergonzini individua uno dei nodi centrali del nostro tempo nella capacità dei social di condensare realtà molto complesse in formule semplicissime e potentissime e, parlando del libro, richiama tre hashtag che, a suo giudizio, raccontano bene questa mutazione: Brexit, MAGA – Make America Great Again – e “Melodi”, nato dall’incontro social fra Giorgia Meloni e il premier indiano Narendra Modi, tre casi diversissimi che raccontano però lo stesso fenomeno, cioè la capacità di una formula breve, riconoscibile, emotiva e immediatamente condivisibile di diventare essa stessa veicolo di una narrazione politica.

La semplificazione, infatti, non coincide necessariamente con la superficialità e quando riesce a trasformarsi in un codice facilmente riconoscibile può diventare una forma di potere, perché un hashtag non governa un Paese, certo, ma può contribuire a costruire un immaginario e gli immaginari, prima o poi, finiscono anche dentro le urne.

È proprio qui che il ragionamento di Bergonzini diventa interessante, perché non si ferma alla consueta demonizzazione delle piattaforme e non propone la solita alternativa fra social buoni e social cattivi, discussione che ormai avrebbe più o meno la stessa utilità di chiedersi se sia moralmente accettabile il telefono, ma sposta la domanda su chi li utilizza, con quale obiettivo e con quali strumenti critici li osserviamo noi, cioè sulla responsabilità di chi comunica e, insieme, su quella di chi riceve il messaggio.

Secondo l’autore, infatti, alla capacità manipolatoria della comunicazione digitale dovrebbe corrispondere una maggiore consapevolezza dei cittadini, chiamati non semplicemente a subirne i contenuti ma a sviluppare strumenti di partecipazione, controllo e lettura dei fenomeni, una richiesta che sembra quasi elementare e che invece, nell’epoca della velocità e della reazione immediata, è diventata quasi rivoluzionaria: fermarsi qualche secondo prima di credere a qualcosa.

Del resto il social network ha realizzato un piccolo capolavoro antropologico, perché ci ha dato l’impressione di essere diventati tutti editori, fotografi, commentatori politici, esperti di geopolitica e, nelle giornate particolarmente fortunate, anche epidemiologi, salvo poi ricordarci che pubblicare è facile, verificare molto meno e che la popolarità di un contenuto non lo trasforma automaticamente in una notizia attendibile.

Ed è uno dei terreni sui quali il libro incontra inevitabilmente il giornalismo, perché i social consentono a chi fa informazione di raggiungere direttamente il pubblico, trovare fonti, intercettare storie, osservare fenomeni mentre stanno accadendo e costruire una relazione immediata con chi legge, ma nello stesso tempo moltiplicano notizie non verificate, immagini sottratte al contesto, campagne coordinate e giudizi che acquistano autorevolezza non perché fondati, bensì perché ripetuti abbastanza volte.

La tecnologia cambia, insomma, mentre una vecchia regola continua ostinatamente a funzionare: la fonte va controllata, anche quando ha diecimila follower, una bella foto profilo e soprattutto quando esordisce con l’intramontabile «me l’ha detto uno che sa».

Dal libro alla piazza

Questi temi usciranno dalle pagine sabato sera a Riccione, dove Bergonzini sarà protagonista di un confronto volutamente costruito attraverso sensibilità e professionalità differenti, con Carla Aghito alla conduzione della serata e, al tavolo del talk, le avvocate Alessandra Selmi e Silvia Scalettaris insieme alla giornalista Loredana Mendicino, in un dialogo che attraverserà comunicazione, relazioni, reputazione, informazione e potere senza trasformare la piazza in una sequenza di relazioni accademiche.

Selmi porterà nel dibattito il tema delle relazioni e delle trasformazioni della coppia contemporanea, Scalettaris, che nel libro interviene nel capitolo dedicato al caso di Alessandra Matteuzzi, affronterà il versante più drammatico delle relazioni tossiche e della violenza, anche quando controllo e visibilità passano attraverso i social, mentre a Mendicino spetterà il punto di vista giornalistico, dalla costruzione della reputazione alla verifica delle notizie fino al rapporto sempre più ambiguo tra informazione tradizionale e comunicazione digitale.

La formula scelta da Bergonzini, però, non vuole trasformare Piazzetta San Martino in un convegno sotto le stelle, perché il suo auspicio è che il pubblico possa anche divertirsi e in fondo parlare seriamente non significa necessariamente parlare con aria funebre, soprattutto quando alcune delle contraddizioni del nostro rapporto con i social risultano perfino più evidenti se siamo capaci di riderne.

È forse questa una delle intuizioni più riuscite di “Potere Social”: accostare fenomeni apparentemente lontanissimi – Giorgia Meloni e Chiara Ferragni, una campagna elettorale e una storia sentimentale, Instagram e l’intelligenza artificiale, il denaro e l’amore – mostrando come dietro ciascuno di essi ritorni continuamente la stessa questione, quella della costruzione della percezione, perché il potere contemporaneo non consiste soltanto nell’avere qualcosa da dire ma, sempre più spesso, nel riuscire a stabilire che cosa gli altri vedranno, in quale ordine lo vedranno e attraverso quale cornice lo interpreteranno.

Stefano Bergonzini con Chiara Ferragni in una grafica dedicata al libro “Potere Social” e al tema della reputazione digitale.
Il caso Chiara Ferragni è uno degli esempi attraverso cui Potere Social analizza forza, crisi e capacità di tenuta della reputazione costruita sui social.

E allora la domanda che resta dopo aver sfogliato il libro, e che probabilmente accompagnerà anche il dibattito di sabato sera, è meno semplice di quanto sembri: mentre scorriamo lo schermo convinti di scegliere liberamente cosa guardare, chi sta davvero esercitando il potere, noi, l’algoritmo, il politico, l’influencer oppure tutti insieme, ciascuno per la propria piccola parte?

Nel dubbio, sabato sera a Riccione vale la pena alzare gli occhi dal telefono almeno per un paio d’ore, poi naturalmente potrete postare la foto: altrimenti l’algoritmo potrebbe offendersi.

L.M.


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