21 settembre – Giornata mondiale dell’Alzheimer
Un dente che fa male, una gengiva infiammata, una protesi che non calza più bene. Disturbi comuni che, in una persona con Alzheimer, possono diventare difficili da riconoscere, spiegare e curare. Per questo la salute della bocca va protetta prima che la malattia renda più complicato prendersene cura.
Quando si parla di Alzheimer, il pensiero corre inevitabilmente alla memoria che si perde, alle difficoltà cognitive, alla progressiva perdita di autonomia. C’è però una parte del corpo che continua a incidere profondamente sulla qualità della vita e che rischia di passare in secondo piano: la bocca.
Denti, gengive, masticazione e protesi non sono soltanto una questione odontoiatrica. Una carie, un’infiammazione, un’infezione, un dente mobile o una protesi non più adeguata possono provocare dolore, rendere difficile mangiare e modificare abitudini consolidate. Il problema è che, con la progressione del decadimento cognitivo, può diventare sempre più difficile riconoscere il disturbo e soprattutto comunicarlo.

«La bocca continua ad avere un ruolo essenziale nella qualità di vita anche quando le capacità cognitive si riducono – spiega il dottor Massimiliano Rea, odontoiatra presso il Poliambulatorio Medico Odontoiatrico ErreEsse di Ferrara –. Carie, infiammazioni gengivali, infezioni, denti mobili o protesi incongrue possono provocare dolore, rendere più difficile la masticazione e condizionare l’alimentazione. Una persona può cominciare a rifiutare alcuni cibi, mangiare meno, perdere peso oppure diventare più irritabile senza riuscire a spiegare il motivo».
È dunque riduttivo pensare alla salute orale come a un capitolo separato. Una bocca sana significa anche poter continuare a mangiare, parlare e svolgere le attività quotidiane senza dolore. E significa, soprattutto, avere meno problemi da affrontare quando la malattia renderà più difficile collaborare alle cure.

La prevenzione comincia prima che diventi difficile curare
È questo il motivo per cui, secondo l’odontoiatra, la prevenzione dovrebbe cominciare quando la persona è ancora in grado di comprendere e affrontare serenamente le cure odontoiatriche.
La diagnosi di Alzheimer, o comunque l’emergere di un decadimento cognitivo, può rappresentare anche il momento per fare il punto sulla salute della bocca e intervenire sulle situazioni che potrebbero trasformarsi in problemi più complessi negli anni successivi.
«In questa fase sarebbe utile eseguire una valutazione completa della bocca e cercare di eliminare quelli che potrebbero diventare problemi in futuro: curare le carie, stabilizzare la malattia parodontale, recuperare quando possibile denti con una prognosi favorevole ed eliminare focolai infettivi o situazioni destinate con buona probabilità a diventare dolorose».
La prospettiva, insomma, cambia. Non si tratta soltanto di decidere quale sia oggi la soluzione odontoiatrica migliore, ma di chiedersi quale trattamento sarà più sostenibile quando la malattia sarà più avanzata.
«Bisogna ragionare in prospettiva. L’obiettivo cambia: non dobbiamo pensare soltanto alla migliore soluzione odontoiatrica di oggi, ma anche a quella che sarà più semplice da gestire tra cinque o dieci anni».
Quando anche una visita può diventare un ostacolo
Con il progredire del decadimento cognitivo può cambiare anche il rapporto con la visita odontoiatrica. Un gesto semplice come aprire la bocca, rimanere fermi o accettare un’anestesia locale può non essere più immediatamente comprensibile e può essere vissuto come qualcosa di minaccioso.
«Una persona che oggi comprende perfettamente perché deve aprire la bocca, rimanere ferma o accettare un’anestesia locale, in futuro potrebbe non comprendere ciò che sta accadendo oppure percepirlo come qualcosa di minaccioso», spiega Rea.
Anche l’igiene quotidiana può diventare più difficile. Lavarsi i denti può trasformarsi in un momento di rifiuto o agitazione e procedure odontoiatriche normalmente semplici possono richiedere tempi, modalità e strutture differenti.
«Nelle fasi avanzate, alcune cure possono richiedere strutture dedicate, sedazione o, in casi selezionati, anestesia generale, con un rapporto tra benefici e rischi completamente diverso rispetto a quello di un paziente collaborante».
Da qui l’importanza di non aspettare che il problema diventi urgente. «Ogni problema importante che riusciamo a risolvere nelle fasi iniziali è potenzialmente un problema molto più difficile che evitiamo negli anni successivi».

Il dolore che non riesce più a essere raccontato
È forse questo uno degli aspetti più delicati. Una persona con Alzheimer può avere un mal di denti anche importante senza riuscire a indicare il dente coinvolto o persino a comunicare di provare dolore.
«Il paziente può avere mal di denti senza riuscire a dire “mi fa male questo dente”. Il dolore però non scompare: cambia il modo con cui viene espresso». E allora diventa fondamentale imparare a leggere anche i segnali indiretti. Il rifiuto improvviso di determinati alimenti, la tendenza a masticare da un solo lato, una smorfia durante la masticazione, il portarsi frequentemente la mano alla guancia possono essere campanelli d’allarme.
Ma non sempre il segnale è così evidente. Anche una maggiore agitazione, irritabilità, un peggioramento del sonno o un cambiamento improvviso del comportamento possono avere, almeno in alcuni casi, una componente legata al dolore o a un problema della bocca.
«In una persona con Alzheimer, davanti a un cambiamento improvviso delle abitudini o del comportamento bisognerebbe ricordarsi anche della bocca. Non tutto ciò che appare come una conseguenza della demenza deriva necessariamente dalla demenza: a volte dietro c’è semplicemente un dente che fa male».
Una routine da costruire quando l’autonomia c’è ancora
La prevenzione, quindi, non riguarda soltanto l’odontoiatra. Comincia anche a casa e, idealmente, quando la persona è ancora autonoma.
«La prima cosa è creare una routine quando la persona è ancora autonoma: controlli odontoiatrici programmati con una frequenza stabilita in base al rischio individuale».
Con il tempo, il ruolo dei familiari e dei caregiver può diventare progressivamente più importante. Inizialmente può essere sufficiente ricordare alla persona di lavarsi i denti; successivamente può essere necessario preparare lo spazzolino, accompagnarla durante l’igiene e, nelle fasi più avanzate, aiutarla direttamente.
Anche l’osservazione quotidiana può fornire indicazioni preziose. Gengive che sanguinano, denti rotti, gonfiori, ulcere, difficoltà nella masticazione o una protesi che improvvisamente non viene più utilizzata sono segnali che meritano attenzione e una valutazione odontoiatrica.
Il punto, in fondo, è tutto nella tempestività. La diagnosi di Alzheimer dovrebbe portare con sé anche una maggiore attenzione alla salute orale, perché il tempo può rendere progressivamente più difficile intervenire.
«Non perché curare i denti possa arrestare la malattia neurologica – conclude Rea – ma perché una bocca sana, stabile e facile da mantenere può evitare in futuro dolore, infezioni e terapie complesse proprio nel momento in cui il paziente avrà maggiori difficoltà a comunicarli e ad affrontarle».
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