Alla Fiera di Rimini si studia come rigenerare il pianeta, mentre i conflitti devastano territori e gli attacchi informatici colpiscono la catena del freddo in Europa. Coinvolta anche l’Emilia-Romagna. La transizione ecologica alla prova delle nostre contraddizioni.
di Loredana Mendicino
RIMINI, 3 novembre 2026 – C’è chi studia come ripulire l’aria, restituire fertilità ai terreni contaminati e trasformare i rifiuti in risorse. E c’è invece chi continua a produrre macerie, crateri e territori sui quali, anche quando taceranno le armi, la vita dovrà fare i conti con ciò che la guerra avrà lasciato dietro di sé.
Come se non bastasse, negli ultimi giorni anche i frigoriferi dei supermercati europei hanno deciso di entrare nella geopolitica o, meglio, qualcuno avrebbe deciso per loro.
Alla vigilia di Ecomondo 2026, la manifestazione internazionale dedicata alla Green Economy, alla Blue Economy e all’economia circolare, in programma alla Fiera di Rimini dal 3 al 6 novembre, gli attacchi informatici ai sistemi di refrigerazione di numerosi punti vendita europei aggiungono un capitolo inquietante alla nostra idea di progresso.
Da una parte investiamo in tecnologie per ridurre gli sprechi alimentari, dall’altra scopriamo che è possibile compromettere da remoto proprio quegli impianti incaricati di conservarne i prodotti.
La sostenibilità avanza. La sicurezza, evidentemente, non sempre riesce a starle dietro.
Supermercati sotto attacco hacker: la catena del freddo diventa un bersaglio
Il 2 novembre, diversi supermercati europei hanno registrato anomalie nei sistemi di refrigerazione riconducibili a intrusioni informatiche. In alcuni casi, le temperature sono state alterate da remoto, provocando il deterioramento degli alimenti e costringendo gli operatori a ritirare prodotti dalla vendita.
Le segnalazioni hanno interessato, tra gli altri, Belgio, Svezia, Lussemburgo, Irlanda ed Estonia, dopo episodi analoghi verificatisi in Francia nel mese di ottobre.
Anche l’Italia è stata coinvolta. In Sicilia sono stati confermati attacchi contro impianti refrigeranti di supermercati Coop, mentre l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale ha segnalato un incidente presso un’azienda toscana operante nella ristorazione collettiva e un attacco contro un’impresa emiliana specializzata nella produzione di surgelati.
L’ACN ha richiamato gli operatori della filiera alimentare alla necessità di verificare l’esposizione su Internet dei sistemi di controllo e teleassistenza, rafforzare le protezioni degli accessi remoti e separare gli impianti industriali dalle reti informatiche aziendali.
Non è ancora accertato se tutti gli episodi siano collegati — anche se l’intuitività ci porta in quella direzione — né chi ne sia responsabile. Sarebbe quindi prematuro attribuirli a un governo straniero, a una strategia coordinata di destabilizzazione o all’intelligenza artificiale.
Ma una domanda resta, ed è tutt’altro che secondaria: come può un’infrastruttura essenziale per la sicurezza alimentare diventare vulnerabile a comandi impartiti dall’esterno?
Il controllo da remoto, naturalmente, non è il problema in sé, dal momento che può consentire manutenzione tempestiva, monitoraggio dei consumi e maggiore efficienza energetica; il problema nasce quando all’intelligenza dei sistemi non corrisponde un’adeguata intelligenza nella loro protezione.
Perché un conto è avere un frigorifero intelligente, un altro è scoprire che potrebbe essere più facile manometterlo che aprirlo.
E se ciò accadesse ai comparti refrigeranti delle strutture sanitarie, dove si conservano plasma, organi vitali e farmaci?
L’impatto ambientale delle guerre: le ferite che restano dopo le bombe
Gli attacchi informatici alla catena del freddo e le devastazioni belliche non sono fenomeni equivalenti, in quanto hanno origini, dimensioni e conseguenze differenti, ma entrambi sollevano interrogativi sulla vulnerabilità delle infrastrutture dalle quali dipendono il nostro benessere e la tutela delle risorse.
Siamo abituati a misurare le guerre attraverso le vittime, le città distrutte, gli sfollati e i danni economici, ma esiste un’altra contabilità, meno immediata e spesso trascurata: quella ambientale.
Le esplosioni possono disperdere sostanze tossiche, i residui degli ordigni contaminare i terreni e gli incendi liberare inquinanti nell’atmosfera, mentre la distruzione di fabbriche, depositi industriali, reti fognarie e impianti di depurazione può compromettere risorse fondamentali per la sopravvivenza delle popolazioni.
Non è soltanto una questione di polvere da sparo. È ciò che resta dopo.
In Ucraina, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) ha documentato una vasta gamma di rischi e danni ambientali associati agli attacchi militari, dalla contaminazione chimica alla distruzione di infrastrutture idriche, fino alle conseguenze sugli ecosistemi e sulla produzione agricola.
Nella Striscia di Gaza, un rapporto UNEP del settembre 2025 ha evidenziato gravi danni ai suoli, alle risorse idriche e agli ecosistemi costieri, avvertendo che il recupero di alcune componenti ambientali potrebbe richiedere decenni.
E in Sudan, dove dal 2023 si combatte una devastante guerra civile, la distruzione delle infrastrutture e il degrado delle risorse naturali aggravano una crisi umanitaria già drammatica.
Geografie diverse, responsabilità politiche differenti, una conseguenza comune: la guerra non distrugge soltanto il presente, può compromettere anche le condizioni necessarie per ricostruire il futuro.
Ecomondo 2026: la tecnologia che ripara ciò che l’uomo distrugge
Tra le aree tematiche della manifestazione riminese, particolare interesse riveste quella dedicata alla rigenerazione dei suoli e alla bonifica dei siti contaminati, dove ricerca e industria si confrontano sulle tecnologie capaci di recuperare terreni compromessi dalle attività umane.
È uno dei settori nei quali il progresso assume un significato particolarmente concreto: non soltanto prevenire l’inquinamento futuro, ma intervenire sulle conseguenze di quello passato.
Ma quanto tempo, quante risorse economiche e quanta competenza scientifica occorrono per risanare un territorio che un’esplosione, un incendio industriale o la distruzione di un’infrastruttura possono contaminare in pochi istanti?
Non tutte le tecnologie di bonifica sono applicabili ai territori colpiti dalla guerra, dal momento che la presenza di ordigni inesplosi, sostanze chimiche pericolose e infrastrutture distrutte può rendere gli interventi particolarmente complessi.
La tecnologia offre strumenti preziosi, ma non possiede una bacchetta magica capace di cancellare ogni conseguenza.
Ed è proprio qui che il parallelo con gli attacchi informatici diventa interessante: nel settore ambientale, come in quello alimentare, l’innovazione può ridurre i rischi, ma richiede anche prevenzione, manutenzione e sistemi di protezione adeguati.
Altrimenti rischiamo di costruire macchine sempre più intelligenti, inserendole in un mondo che non ha ancora imparato a gestirle con altrettanta intelligenza.
Transizione ecologica e sicurezza: il prezzo delle contraddizioni
Sarebbe ingeneroso chiedere conto di questi problemi alle imprese e ai ricercatori che lavorano per migliorare l’ambiente, perché il loro contributo rappresenta una parte della soluzione, non del problema.
La questione riguarda piuttosto la coerenza delle strategie internazionali e la capacità delle istituzioni di accompagnare l’innovazione con adeguate politiche di sicurezza.
Da un lato governi e imprese fissano obiettivi di riduzione delle emissioni, promuovono l’efficienza energetica e finanziano programmi per la tutela degli ecosistemi; dall’altro, le guerre continuano a consumare risorse e distruggere infrastrutture, mentre gli attacchi informatici possono compromettere servizi essenziali e provocare ulteriori sprechi.
Naturalmente non si possono equiparare le responsabilità di chi aggredisce a quelle di chi si difende, né attribuire agli strumenti tecnologici la responsabilità delle azioni di chi li utilizza impropriamente.
Ma riconoscere queste differenze non impedisce di porre una questione più ampia: può esistere una transizione ecologica davvero credibile senza una strategia altrettanto seria per proteggere le infrastrutture, le risorse e i territori?
Perché la sostenibilità non può fermarsi alle emissioni, così come la sicurezza non può limitarsi alla protezione dei dati personali: quando un sistema informatico può interferire con la conservazione degli alimenti, la cybersicurezza entra direttamente nella tutela dell’ambiente, dell’economia e della salute pubblica.
E il principio vale, con modalità differenti, anche per le infrastrutture energetiche, idriche e industriali.
Dalla Fiera di Rimini, una domanda sul futuro del pianeta
Ecomondo rappresenta un’occasione importante per conoscere tecnologie, progetti e soluzioni capaci di migliorare la gestione delle risorse e ridurre l’impatto delle attività umane.
Ma accanto alla legittima fiducia nell’innovazione occorre mantenere viva una domanda di responsabilità.
Perché sostenibilità non significa soltanto scegliere materiali riciclabili, consumare meno energia o costruire impianti più efficienti, ma anche proteggere ciò che abbiamo costruito, evitare sprechi prevenibili e interrogarsi sulle conseguenze delle scelte politiche, economiche e militari.
Non occorre attribuire a Ecomondo il compito di risolvere guerre e attacchi hacker; occorre piuttosto riconoscere che le sfide ambientali non possono più essere affrontate senza considerare anche quelle geopolitiche e tecnologiche.
Il futuro sarà forse sempre più verde, ma non basterà cambiare il colore delle nostre tecnologie se continueremo a ignorare le fragilità del mondo nel quale dovranno funzionare.
Perché possiamo anche imparare a riciclare tutto, anche se sarebbe preferibile non dover ricostruire continuamente ciò che abbiamo appena finito di salvare.
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