di Loredana Mendicino
Ci siamo. Dal 28 al 31 maggio, i padiglioni di Italian Exhibition Group e l’intera Riviera Romagnola si accendono per la ventesima edizione di RiminiWellness 2026. Trenta padiglioni, quattrocento brand e un fiume umano pronto a farsi “attraversare” dallo slogan di quest’anno: “Go Through”.
L’evento è una macchina organizzativa prodigiosa, un orgoglio per il tessuto economico dell’Emilia-Romagna e una vetrina straordinaria per il Made in Italy tecnologico e sportivo. Le novità di quest’anno sono formidabili. Eppure, dietro le luci stroboscopiche, i tappeti elastici di ultima generazione e la retorica della “transizione verso il benessere totale”, l’osservatore non può fare a meno di porsi qualche domanda di carattere antropologico.
Le novità 2026: Dalla rincorsa alla “Longevity” al ritorno della forza
I lanci delle agenzie, ANSA in testa, ci mostrano una kermesse mai così avveniristica. Il focus assoluto del 2026 è la “Longevity”: non più solo fitness per sudare, ma bio-medicina sportiva, nutraceutica predittiva e screening hi-tech per allungare la vita. Accanto a questo, assistiamo al debutto di discipline affascinanti come l’AcquaFly e l’Infinity Bands, pensate per sconfiggere la gravità e la noia.
Il salone è un trionfo di ingegno. Spicca la presenza di Confartigianato Sport, che porta in fiera l’eccellenza artigiana dei materiali tecnici, e l’immancabile area della FIPE (Federazione Italiana Pesistica), dove tra il Trial di Powerlifting e i bilancieri della Nazionale Olimpica e Paralimpica si respira ancora la sana, vecchia cultura della fatica.
Buttando l’occhio oltre i bicipiti, però, scatta la riflessione. A forza di inseguire l’immortalità nei laboratori della fiera, non rischiamo di dimenticare che il corpo umano è fatto di carne, sangue e limiti biologici? C’è qualcosa di sottilmente distopico in questa rincorsa tecnologica a una giovinezza eterna che assomiglia sempre più a un dovere sociale e sempre meno a una libera scelta.
Il paradosso della precisione e il cibo “On the Go”
Un altro pilastro di questa edizione è la sezione FoodWell, dedicata all’alimentazione funzionale per chi è costantemente in movimento: barrette iper-proteiche bilanciate al milligrammo e snack “on the go” validati da algoritmi. Qui si parla molto di allenamento sartoriale e nutrizione mirata, che va decisamente a braccetto con la “medicina di precisione”.
Fa sorridere che l’iper-personalizzazione venga celebrata proprio nei templi del fitness di massa, a pochi anni da una gestione pandemica che ha imposto la logica del “farmaco universale”, inoculato su scala globale con la pretesa dogmatica di salvare il salvabile applicando la stessa identica formula a tutti, indistintamente. Oggi, per reazione, l’individuo cerca nei padiglioni di Rimini il proprio riscatto bio-medico su misura.
L’ossessione è correggere tutto per raggiungere la perfezione, scimmiottando i robot senza averne l’infallibilità. E questa ingegnerizzazione si riflette direttamente sulla carne. Le forme dei corpi stanno cambiando, forzando la natura: osserviamo lati B femminili esasperati, alti e sodi ma completamente slegati dalle proporzioni armoniche dell’arte greca, e uomini con pettorali talmente accentuati da sfumare i confini di genere – il che, nell’epoca del Fluid, per qualcuno sarà persino un valore aggiunto.
Corpi mutanti tra iper-trofismo e inchiostro: il tramonto della pelle
Eppure, questa titanica ricerca della linea perfetta crolla sotto il peso dell’estetica contemporanea. Che senso ha scolpire un muscolo se poi lo si riveste con tatuaggi stile cartina geografica? L’inchiostro ormai satura i corpi, cancellando i rilievi anatomici, le ombre e i volumi che definiscono la bellezza scultorea.
La pelle con cui siamo nati scompare. Non c’è più la possibilità di distinguere un fototipo, e si finisce per sfidare la pazienza degli allergologi, costretti a fare miracoli durante un patch test per capire se quel ponfo e quel rossore siano la reazione a un allergene o semplicemente l’arzigogolo di un tribale sbiadito.
Viene da sorridere pensando a questa fiumana di contemporanei che paga un biglietto per correre sul posto, monitorata da algoritmi che suggeriscono persino quando espirare, il tutto per raggiungere l’agognata “Longevity”. Chissà cosa penserebbe Seneca di questa nostra nevrotica rincorsa al minuto in più da vivere; nel suo De brevitate vitae scriveva che non abbiamo poco tempo, ma ne perdiamo molto.
Se ci vedesse oggi, probabilmente ci direbbe che per allungare la vita basterebbe smettere di passarla su un tapis roulant a contare i battiti cardiaci. Anche perché, ammettiamolo: che beffa sarebbe campare fino a centoventi anni, con un corpo ingegnerizzato, iper-trofico e istoriato come un vaso etrusco, per poi accorgersi di averne trascorsi quaranta a digiunare, calcolare calorie e bere bibite al sapore di sedano idrolizzato, mentre fuori la vita vera – quella fatta di un buon bicchiere di Sangiovese e di sani peccati mortali – è passata senza che ce ne accorgessimo?
L.M.
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