A Rimini, la rivoluzione del vending ci interroga: se la macchina impara a nutrire il corpo e a rimediare alle nostre dimenticanze affettive, cosa resta dell’umano? Tra efficienza e solitudine, il confine si fa sottile.
di Loredana Mendicino
C’è un’innegabile seduzione nel progresso che abbiamo visto sfilare a Venditalia 2026. Non possiamo negarlo: la tecnica, quando funziona, è una carezza alla nostra pigrizia, una soluzione ai piccoli inciampi di una vita sempre più frenetica. Eppure, osservando le meraviglie di Rimini, è impossibile non porsi quella domanda che la modernità tende a silenziare: a che prezzo stiamo comprando questa comodità?
La gastronomia del clic Lo stupore tecnologico delle macchine che sfornano pizza e pasta in tempo reale. Non sono più i tempi del cibo precotto e triste; qui parliamo di un braccio meccanico che cuoce, condisce secondo i nostri gusti e ci serve il piatto fumante con tanto di tovagliolo. È la vittoria del tempo sulla materia. Certo, è comodo. Ma in quel “record di velocità”, che fine fa il senso dell’attesa? Se il cibo diventa un’erogazione istantanea, slegata da qualsiasi mani umane, rischiamo di perdere non solo la ricetta, ma il valore stesso del nutrimento come momento di sosta e di civiltà.
L’identità in pronta consegna Passando tra gli stand, ci si imbatte nel distributore di cover per smartphone. Selezioni il modello, carichi la tua foto preferita e la macchina stampa. È la democratizzazione della creatività, direbbero gli entusiasti. Ma è anche la prova di come persino la nostra identità sia diventata un accessorio da produrre in serie in trenta secondi. Vogliamo sentirci unici, e per farlo ci affidiamo a un algoritmo che impacchetta i nostri ricordi su un pezzo di plastica mentre aspettiamo il treno.
Il soccorso dei sentimenti Il punto di rottura, però, è l’automazione del gesto affettivo. Esistono ora macchinette – figlie di una pragmatica visione asiatica della vita – che erogano fiori freschi, cioccolatini e peluche. Sono pensate per lo smemorato, per chi corre tra un ufficio e una fabbrica, o per chi, magari davanti al sagrato di una chiesa, si accorge che il bouquet della sposa è un disastro. È la tecnologia che si fa carico delle nostre mancanze. Da un lato è un sollievo: la macchina ci salva dal fallimento sociale. Dall’altro, però, c’è qualcosa di malinconico nell’idea di un amore che trova il suo compimento in un distributore automatico strategicamente posizionato. Se il perdono o la celebrazione passano per un acquisto compulsivo a gettoni, non stiamo forse svuotando il rito del suo peso spirituale?
Dove stiamo andando? Non si tratta di distruggere l’evoluzione, che ha i suoi innegabili vantaggi pratici. Si tratta di capire se, a forza di delegare alle macchine i nostri compiti – dal cucinare al ricordare un anniversario – non finiremo per diventare noi stessi degli ingranaggi passivi. La comodità è un dono prezioso, ma non dovrebbe mai diventare l’alibi per smettere di essere presenti a noi stessi e agli altri.
È tutto meraviglioso: oggi la macchina ti fa la pasta, ti stampa la foto e ti rimedia pure i fiori per farti perdonare dalla moglie. Siamo arrivati a un livello di perfezione tale che, tra un po’, il distributore automatico sarà talmente efficiente da uscire a cena al posto nostro, lasciandoci finalmente liberi di restare a casa a guardare il soffitto.
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