C’è un luogo, in ogni città, che non è solo edificio ma trama invisibile di storie, presidio silenzioso in cui si costruiscono identità, relazioni, possibilità. La scuola è questo: uno spazio fondativo nel percorso educativo e formativo di ogni essere umano, il primo laboratorio in cui si impara a pensare, a stare con gli altri, a immaginare il futuro. Non solo trasmissione di saperi, ma costruzione di senso. È lì che si sedimentano linguaggi, passioni, fragilità e slanci che, spesso, accompagneranno una vita intera.
Al Liceo Ludovico Ariosto di Ferrara questa dimensione si percepisce con particolare intensità. Nato il 3 dicembre 1860, lo storico istituto ha attraversato con eleganza e ostinazione la soglia dei 165 anni il 3 dicembre 2025, diventando luogo di memoria collettiva per la città di Ferrara, che continua a battere anche mentre le generazioni si susseguono.

Un tempo fiero, quasi epico, fatto di corridoi attraversati da passi inquieti, di banchi consumati da gomiti e sogni, di vetrate trasparenti sul futuro, di termosifoni arancioni che riscaldano parole capaci di accendere menti e cambiare vite. E dentro questa storia più grande, nei giorni scorsi, si è riannodata una trama più intima: quella della Quinta Y, classe 73.
Dopo trentatre anni — un tempo che nella vita pesa, ma che nella memoria si piega — una parte della classe si è ritrovata. Non tutti, è vero, ma abbastanza per far accadere qualcosa di raro: il tempo, per qualche ora, ha smesso di scorrere in linea retta e ha fatto un passo indietro.
È bastato poco. Uno sguardo riconosciuto, risate che suonavano identiche, frasi lasciate a metà trent’anni fa e riprese come se fosse ieri. E improvvisamente i decenni si sono dissolti: sembrava di essere usciti da scuola il giorno prima, con ancora addosso l’eco di quella maturità — quella in cui la poetica della “Scapigliatura” si intrecciava al “fanciullino che piange” — e quella miscela irripetibile di paura e speranza che accompagna ogni fine e ogni inizio.

Si sono riaccesi i nomi dei professori, pronunciati con una “malinconia” che allora non si sarebbe saputa riconoscere. Sono riemerse categorie eterne in ogni classe: chi studiava con dedizione quasi sacrale, chi navigava a vista con ironica leggerezza, chi inventava piccoli sabotaggi quotidiani — scherzi, complicità, alleanze segrete tra banchi.

E tutto è stato raccontato con verità disarmanti, senza filtri, senza difese: come accade solo quando si torna in un luogo che ci ha visti nascere davvero, almeno una prima volta.
Quel liceo, con la sua didattica sperimentale e capace di guardare avanti — tanto da meritare un racconto nel volume “Tracce di futuro” editato nel 2025 per i suoi cinquant’anni di innovazione — non è stato solo un percorso di studi.

È stato un laboratorio di identità, un tempo in cui ci si innamorava delle idee prima ancora che delle persone, in cui il futuro non faceva paura perché era tutto da immaginare. E ieri sera, il futuro è tornato indietro a guardarsi.

Certo, la vita nel frattempo ha fatto il suo mestiere. Ha distribuito gioie e inciampi con equità discutibile: professioni come scalate, matrimoni riusciti e altri meno, figli che riempiono e trasformano, strade prese e poi lasciate, sogni realizzati e altri rimasti in sospeso. E sì, qualche capello in meno — o qualche consapevolezza in più — ha fatto capolino nelle risate. Ma sotto tutto questo, sotto gli anni e le storie, c’era ancora quella classe. La Quinta Y dell’indirizzo Letterario Moderno. Intatta. Riconoscibile. Viva.

Le reunion servono proprio a questo: a scoprire che non siamo diventati completamente altro, ma che una parte di noi è rimasta lì, seduta su quei banchi di scuola, con lo sguardo rivolto avanti e il cuore ancora leggero. E alla fine, tra un brindisi e una risata, una promessa è rimasta nell’aria — semplice, necessaria: ragazzi rivediamoci presto, e non lasciamo passare altri trentatre anni.

Perché, in fondo, se è vero che la vita ogni tanto ci fa attraversare qualche girone degno della penna di Dante … allora tanto vale affrontarlo insieme — possibilmente ridendo, e magari aspettando ancora, da qualche parte, il suono liberatorio della campanella dell’intervallo.
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