L’industria del gioco impari da San Giuseppe: serve l’etica del limite contro la deriva fluida
di Loredana Mendicino
Mentre i padiglioni di Rimini Fiera spengono le luci su questa 38esima edizione di Enada Primavera, il calendario ci consegna una coincidenza che banale non è. Almeno per chi ancora si ostina a leggere la realtà attraverso la lente dei simboli e non solo quella, fredda e calcolatrice, dei fatturati. Oggi è il 19 marzo. San Giuseppe. Giuseppe è il Custode, il Padre, colui che protegge nel silenzio ciò che ha un valore reale. E in una società sradicata che ha clamorosamente smarrito la bussola della paternità, trasformandola in un fastidioso retaggio patriarcale da decostruire, anche il concetto stesso di “gioco” rischia di mutare pelle. Da momento di sana e virile socialità, a deriva solitaria e alienante.
I dati di Enada 2026 ci consegnano un settore fieramente in salute, un’eccellenza dell’industria italiana che resiste – e menomale – nonostante le tempeste normative e i pregiudizi di un certo moralismo progressista d’accatto. Quel circuito di benpensanti sempre pronto a demonizzare il gioco legale con la bava alla bocca, salvo poi chiudere entrambi gli occhi di fronte alle piazze di spaccio o alle nuove droghe digitali che rimbecilliscono i nostri ragazzi.
Ma proprio oggi, nel giorno della Festa del Papà, vale la pena guardarsi allo specchio e farsi una domanda scomoda: che tipo di “intrattenimento” stiamo costruendo?
Inaugurando la kermesse, il presidente di IEG Maurizio Ermeti ha utilizzato un’espressione che merita di essere sottolineata. Ha definito Enada una fiera che ha il compito di «custodire l’identità del gioco legale». Custodire e Identità. Due concetti insostenibili per il pensiero unico, eppure fondamentali. Perché c’è una differenza abissale tra il gioco che aggrega, che ha regole chiare, e l’azzardo senza volto che isola l’individuo davanti a uno schermo nel tinello di casa.
L’assessore riminese Francesco Bragagni, tagliando il nastro, ha giustamente ricordato come a Rimini batta «il cuore tecnologico dell’intrattenimento, dai flipper all’online». Parole sacrosante. Ma la tecnologia avanza e, se lasciata a briglia sciolta, rischia di diventare un idolo muto. Un algoritmo non ti insegna la vita.
La figura del padre, al contrario, insegna il limite, la regola, il senso della sfida lecita. Senza questi pilastri, il gioco si trasforma in una fuga narcisistica dalla realtà. Ecco perché il settore che si è riunito a Rimini in questi tre giorni ha oggi un dovere in più: deve avere l’ambizione di essere “padre”. Deve proteggere il giocatore, deve regolamentare con spietata severità i propri confini e deve avere il coraggio di distinguere il valore economico di un’impresa dal mero profitto senza anima.
In un’epoca di padri assenti, di identità liquide e di rassicurante fuffa politicamente corretta, celebrare San Giuseppe tra i software di ultima generazione e le slot machine non è un ossimoro. È un monito. L’industria dell’intrattenimento deve recuperare una dimensione etica e umana che solo il senso del limite e della tradizione può garantire. Se il gioco non serve a generare un momento di svago consapevole e radicato, ma diventa l’ennesima anestesia di una modernità smarrita, allora avremo perso tutti.
Salutiamo Rimini con una certezza: i software cambiano, le macchine si evolvono, ma l’uomo resta drammaticamente lo stesso. E oggi più che mai, abbiamo un disperato bisogno di padri che sappiano insegnare ai figli che la vita non è un colpo di fortuna estratto a caso da un server, ma una costruzione quotidiana. Anche attraverso un gioco, purché sia fatto con onore.
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