MENTRE AL K-ENERGY SI CELEBRA IL FUTURO SOSTENIBILE
Il Green nel fumo dei missili: il paradosso di Rimini
di Loredana Mendicino
Oggi i padiglioni della Fiera di Rimini hanno aperto le porte a K-Energy, la kermesse della transizione energetica “necessaria e urgente”. Eppure, fuori dal recinto dorato dell’ecologismo da salotto, il mondo brucia. È il solito spettacolo, un po’ surreale e molto ipocrita: da una parte si discute di come rendere l’aria più tersa tra pannelli solari e pale eoliche; dall’altra, i cieli sono solcati da ben altro genere di tecnologie.
Il contrasto è quasi grottesco. Ci dicono che dobbiamo salvare il pianeta cambiando caldaia o passando all’auto elettrica – rigorosamente prodotta con componentistica di Pechino – mentre i conflitti globali, dalla martoriata Ucraina al Medio Oriente, vomitano in atmosfera tonnellate di CO2 in pochi secondi. È il paradosso dei cieli puliti: forse vogliamo l’aria tersa solo per poter distinguere meglio la scia dei missili che sfrecciano da un capo all’altro del continente?
L’illusione della transizione in un mondo in fiamme
A Rimini si celebra il futuro, ma è un futuro che sembra ignorare il presente. Si parla di indipendenza energetica attraverso le rinnovabili, dimenticando che la catena di approvvigionamento di queste “meraviglie” è spesso in mano a regimi che della democrazia e dell’ecologia si fanno beffe.
• Il dogma green: ci viene imposto un sacrificio economico brutale in nome di un’ideologia che ignora totalmente la geopolitica.
• La realtà bellica: un solo cacciabombardiere in decollo brucia, in un’ora, più carburante di quanto un cittadino medio riesca a risparmiare in una vita intera di “comportamenti virtuosi”.
Viene da chiedersi se questa ossessione per la transizione non sia altro che un modo per distrarre le masse mentre l’industria bellica vive la sua stagione più florida. Ci chiedono di spegnere i termosifoni in nome della pace, ma la pace non sembra affatto all’orizzonte.
Una fiera di buoni propositi su un terreno minato
Mentre oggi gli espositori mostravano i muscoli della tecnologia sostenibile, i governi europei correvano a rimpinguare gli arsenali. Non è una critica alla tecnologia in sé, ma all’ipocrisia di un sistema che pretende cittadini “sostenibili” in un mondo che si sta armando fino ai denti.
Forse, prima di occuparci ossessivamente dell’impronta di carbonio delle nostre utilitarie, dovremmo interrogarci sull’impronta di sangue che le guerre stanno lasciando sul mappamondo. Perché un mondo a emissioni zero, ma ridotto in cenere dalle bombe, non è esattamente il paradiso che ci avevano promesso.
L.M.
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