In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale Materna, che si celebra ogni anno il primo mercoledì di maggio – quest’anno il 6 maggio – si accende l’attenzione su un aspetto ancora troppo spesso invisibile della maternità: il benessere psicologico delle donne nel periodo che va dalla gravidanza al post-partum. Questa ricorrenza, istituita nel 2016, nasce proprio con l’obiettivo di rompere lo stigma, promuovere la prevenzione e favorire l’accesso a cure adeguate per i disturbi psichici perinatali, ancora oggi sottodiagnosticati.
Parlare di salute mentale materna significa inevitabilmente confrontarsi con uno dei quadri clinici più diffusi e al tempo stesso più silenziosi: la depressione post-partum. In Italia, si stima che colpisca tra il 7% e il 12% delle neomamme, con forme anche significative nel 10–15% dei casi . Accanto a queste forme cliniche, una quota molto più ampia – fino al 70-80% delle donne – sperimenta il cosiddetto “baby blues”, una condizione transitoria ma indicativa della vulnerabilità emotiva che accompagna questa fase della vita.

A livello più ampio, i dati ci restituiscono una fotografia ancora più significativa: fino a una donna su cinque può andare incontro a un disagio psicologico nel periodo perinatale, rendendo questi disturbi tra le complicanze più frequenti della gravidanza. Numeri che non parlano solo di salute individuale, ma che chiamano in causa il benessere del bambino, della relazione madre–figlio e dell’intero sistema familiare.
È proprio in questa cornice che la Giornata Mondiale della Salute Mentale Materna assume un valore fondamentale: non solo come momento di sensibilizzazione, ma come invito a riconoscere, nominare e legittimare il disagio psicologico materno, affinché nessuna donna si senta sola in una fase tanto delicata quanto trasformativa della propria vita.
L’OMS ha dichiarato che una donna su 5 soffre di depressione post partum, tant’è che l’Organizzazione ha pensato a un vademecum per prendersi cura delle future mamme.

Ma come mai succede? Cosa succede nella donna durante la gravidanza e dopo il parto a soffrire di depressione? Ne abbiamo parlato con la dottoressa Beatrice Casoni Psichiatra presso il Poliambulatorio ErreEsse di Ferrara.
Le cause della depressione post partum non sono ancora chiare, sembra essere più un concorso di fattori che un evento scatenante. Tantissime donne sperimentano il baby blues- esordisce la specialista- cioè un periodo caratterizzato da tristezza, anedonia, apatia, distacco dal neonato che avviene subito dopo il parto e può durare anche per due settimane ma che si risolve. Alla base di questo sembra esserci il crollo degli ormoni della gravidanza che influenzano negativamente lo stato dell’umore. Se questo avviene più avanti o non si risolve entro 15 giorni si può parlare di depressione post parto. Quindi una spiegazione potrebbe riguardare l’assetto biologico ma accanto a questo non vanno trascurati anche gli aspetti esistenziali per cui una donna sottoposta a fattori di vita stressanti e con scarso supporto da parte del partner e degli altri familiari è sicuramente più a rischio.
Non dobbiamo dimenticare-prosegue la dottoressa- che con il parto una donna cambia completamente la propria vita sia dal punto di vista personale che lavorativo, per lungo periodo dovrà concentrarsi sulla nuova vita che ha partorito vedendo svanire i propri confini di donna, perdendo la propria libertà e dovendo , per forza di cose, annullare parti di sé per dedicarsi al bambino. Infine anche il lato pratico merita una menzione: un neonato, inevitabilmente, porta a perdere sonno e non si può “spegnere” quando si è stanchi o malati o semplicemente si ha voglia di prendersi qualche ora per sé.
Può succedere a tutte o c’è una particolare “predisposizione”?
Sono più predisposte le donne che hanno avuto precedenti episodi depressivi durante la vita o che hanno una storia familiare di depressione-precisa la dottoressa Casoni-. Più predisposte sembrano essere anche le donne che soffrono di alterazioni dell’umore associate al ciclo mestruale. Ancora sono più a rischio le donne che hanno avuto ambivalenza nell’accettare la gravidanza (es.gravidanza non cercata) problemi con gravidanze precedenti e difficoltà con l’allattamento.

Si può prevenire? Quali sono i campanelli d’allarme a cui compagno e famiglia dovrebbero fare attenzione.
Proprio per la sua genesi ancora non completamente chiara non è facile prevenirla, ma sicuramente ci sono comportamenti che possono essere di aiuto come: alimentazione sana, lieve attività fisica durante la gravidanza, richiedere aiuto a specialisti quando ci si sente in difficoltà dal punto di vista psicologico, seguire corsi pre-parto e farsi aiutare da consulenti certificate per l’allattamento, avere una buona rete di supporto, preparare anche il partner all’arrivo del bambino coinvolgendolo da subito in tutte le attività per renderlo consapevole e indurlo ad essere un sostegno.

(Dottoressa Beatrice Casoni)
Come la si cura?
Con terapie farmacologiche (antidepressivi) e psicoterapia dopo attenta valutazione da parte di specialista psichiatra e psicoterapeuta ed indispensabile è il supporto famigliare ed affettivo che può svolgere una funzione molto importante nell’intercettare precocemente i sintomi per poter procedere con una presa in carico.
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