A BolognaFiere, dal 24 al 26 giugno 2026, il WMF – We Make Future porta al centro del dibattito una domanda tutt’altro che futuristica: l’intelligenza artificiale può rendere più leggibile, accessibile e competitivo il mercato degli appalti pubblici italiani? Con Ask to AI.GOR, la risposta comincia a prendere forma.
di Loredana Mendicino
C’è un luogo, in Italia, dove il futuro non arriva in punta di piedi. Arriva con badge, stand, startup, investitori, relatori internazionali, schermi accesi e quella strana elettricità che si respira quando la tecnologia smette di essere una promessa da convegno e prova a diventare uno strumento concreto. Quel luogo, nei prossimi giorni, sarà BolognaFiere, dove dal 24 al 26 giugno 2026 torna il WeMakeFuture, una delle grandi agorà europee dedicate a intelligenza artificiale, innovazione digitale, imprese, startup e trasformazione tecnologica.
Agorà, appunto. Perché la parola non è scelta a caso. Nell’antica Grecia era il luogo del mercato, della politica, della discussione pubblica. Oggi, nel 2026, l’agorà ha i padiglioni fieristici, le connessioni veloci, i monitor ad alta definizione e gli algoritmi che macinano dati. Ma il tema resta lo stesso: chi possiede le informazioni? Chi riesce a leggerle? Chi arriva prima?
È dentro questa cornice che si inserisce AI.GOR, e in particolare Ask to AI.GOR, l’agente conversazionale che verrà presentato al Padiglione 30, Stand D22. Non un semplice motore di ricerca, non l’ennesima dashboard con mille filtri, menù a tendina e caselle da compilare come se si stesse chiedendo udienza a un faraone digitale. Qui il salto è un altro: si passa dalla ricerca tecnica al linguaggio naturale.
In parole povere: l’utente chiede. La macchina risponde.
E già questo, nel mondo degli appalti pubblici italiani, è quasi una piccola rivoluzione copernicana. Perché siamo abituati a immaginare la Pubblica Amministrazione come una selva oscura di codici, determine, affidamenti, CIG, bandi, scadenze, allegati, rettifiche, piattaforme, portali, sottosezioni e sottosottosezioni. Un universo nel quale spesso non vince chi ha l’idea migliore, ma chi riesce a decifrare prima il cartello appeso all’ingresso del labirinto.
Ask to AI.GOR prova a fare una cosa diversa: rendere interrogabile quel labirinto. Non con la bacchetta magica, ma con i dati. Il sistema analizza milioni di appalti pubblici storici, utilizza fonti ufficiali e modelli predittivi per individuare comportamenti ricorrenti, cicli di acquisto, esigenze probabili degli enti pubblici. Il punto non è “spiare” la Pubblica Amministrazione, ma leggere ciò che la Pubblica Amministrazione, nel tempo, ha già raccontato di sé.
Ed è qui che la faccenda diventa interessante. Perché l’Italia è un Paese che ha trasformato la burocrazia in una disciplina olimpica, ma spesso dimentica che dietro ogni atto amministrativo c’è un’abitudine, dietro ogni acquisto c’è un bisogno, dietro ogni determina c’è una ricorrenza. Le scuole comprano arredi, i Comuni fanno manutenzioni, le aziende sanitarie acquistano servizi, gli enti rinnovano forniture. Il caos, osservato abbastanza a lungo, qualche volta rivela una grammatica.
AI.GOR sostiene di saper leggere proprio quella grammatica. E lo fa con un obiettivo dichiarato: aiutare imprese, PMI, consulenti, software house, associazioni di categoria e grandi aziende a capire prima dove potrebbe nascere una futura opportunità nel mercato pubblico.
Attenzione, però. Qui bisogna evitare l’equivoco, perché è sottile e pericoloso. Non si tratta di saltare le regole, aggirare le procedure o infilarsi dalla finestra mentre gli altri attendono davanti alla porta. Si tratta, semmai, di prepararsi meglio. Di sapere dove guardare. Di non arrivare sempre quando il bando è già uscito, la scadenza corre, il telefono squilla, il commerciale suda e qualcuno in azienda pronuncia la frase più temuta: “Facciamo tutto entro domani”.
Ecco, forse la vera innovazione è questa: togliere un po’ di improvvisazione a un mercato che, troppo spesso, viene affrontato con l’ansia dell’ultimo minuto.
Per una PMI italiana, la differenza può essere enorme. Perché il mercato della Pubblica Amministrazione non è piccolo, non è marginale, non è una nicchia per addetti ai lavori. È un universo gigantesco, spesso percepito come lontano, opaco, riservato a chi “sa già come muoversi”. Se l’intelligenza artificiale riesce a rendere leggibili i fabbisogni futuri degli enti, allora il punto non è soltanto tecnologico. È democratico.
Democratizzare l’accesso alle informazioni non significa regalare vantaggi indebiti. Significa ridurre l’asimmetria tra chi ha grandi strutture commerciali, uffici gare, consulenti, relazioni consolidate, e chi invece ha competenze, prodotti, servizi, ma non sempre gli strumenti per intercettare il momento giusto.
Naturalmente, l’algoritmo non deve diventare un nuovo oracolo infallibile. Sarebbe ingenuo crederlo e pericoloso raccontarlo. L’intelligenza artificiale predittiva lavora su probabilità, non su profezie scolpite nel marmo. Non sostituisce l’esperienza, non rimpiazza la strategia, non cancella la necessità di conoscere norme, territori, amministrazioni, tempi e bisogni reali. Però può fare una cosa preziosa: accendere una luce dove prima c’era soltanto nebbia.
E la nebbia, nel mondo degli appalti pubblici, è sempre stata molto democratica: avvolge tutti, ma alcuni hanno il faro più potente.
Il progetto AI.GOR, letto in questa prospettiva, colloca l’intelligenza artificiale nel punto più interessante del dibattito contemporaneo: non come sostituta dell’essere umano, ma come amplificatore delle sue capacità. Non la macchina che decide al posto nostro, ma lo strumento che ci aiuta a vedere meglio, prima e con maggiore ordine.
C’è poi un secondo livello, meno immediato ma forse ancora più importante. Se strumenti di questo tipo diventeranno diffusi, non ne beneficeranno soltanto le imprese. Potrebbe beneficiarne anche la Pubblica Amministrazione. Perché un mercato più preparato può produrre offerte migliori, interlocutori più competenti, risposte più puntuali, meno improvvisazione e più qualità. Se le aziende arrivano al momento della gara con maggiore consapevolezza, anche l’ente pubblico può ricevere proposte più solide, più pertinenti, più efficienti.
Insomma, l’algoritmo non deve essere visto come il furbo che entra nella stanza prima degli altri, ma come quello che finalmente accende la luce mentre tutti cercavano l’interruttore tastando il muro.
Il WeMakeFuture 2026, da questo punto di vista, non è soltanto una vetrina tecnologica. È un banco di prova culturale. Perché la sfida non è più domandarsi se l’intelligenza artificiale entrerà nella Pubblica Amministrazione, nel mercato, nelle imprese, nelle professioni. Ci è già entrata. La vera domanda è un’altra: sapremo usarla per rendere il sistema più trasparente, più competitivo, più leggibile? Oppure la lasceremo diventare l’ennesimo strumento capito da pochi e temuto da molti?
Ask to AI.GOR prova a rispondere con una promessa semplice, quasi disarmante: chiedi in italiano e ottieni una lettura ordinata di ciò che potrebbe accadere. Una promessa che, in un Paese dove spesso anche per trovare un modulo bisogna avere il temperamento di Indiana Jones e la pazienza di un monaco certosino, non è poco.
Poi, certo, resta sempre il tema filosofico. Se davvero l’algoritmo riuscirà a prevedere con buon anticipo una parte dei futuri acquisti pubblici, qualcuno potrebbe chiedersi se stiamo entrando nell’era della macchina indovina-tutto. Ma forse la questione è più semplice: non stiamo dando all’intelligenza artificiale la sfera di cristallo; le stiamo dando una montagna di dati e le chiediamo di leggerli meglio di quanto siamo riusciti a fare noi.
Che, a ben vedere, è già abbastanza rivoluzionario.
E chissà, magari se Dante avesse avuto Ask to AI.GOR davanti alla selva oscura, avrebbe evitato qualche girone burocratico. Avrebbe chiesto: “Qual è la via più breve per uscire dall’Inferno amministrativo?”. E l’algoritmo, con elegante freddezza, gli avrebbe risposto: “Dipende, Sommo Poeta: ha già generato il CIG?”.
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